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INTERVISTA
tratta da BUDO MAGAZINE del mese di
setttembre 2006 al Sifu Riccardo Simonetti,
Capo Istruttore e responsabile dell’Oriental
Arts Academy: |
| Budo International:
Innanzi tutto vorrei chiederle perché questo
nome, da dove deriva? |
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Riccardo Simonetti:
Oriental Arts Academy è
il nome che abbiamo scelto per sottolineare come
nella nostra Scuola si studino diverse arti marziali
provenienti dall’Oriente (il Wing
Chun dalla Cina, il Kali
Eskrima
dalle Filippine, il Pencak
Silat dalla Malesia e dall’Indonesia)
unite tutte da un sottile filo conduttore: l’efficacia
in combattimento attraverso l’utilizzo di
armi, mano nuda e leve articolari. Efficacia raggiungibile
grazie ad una particolare metodologia d’insegnamento
e di pratica. Mentre, infatti, ogni stile può
vantare le sue tecniche e le sue armi, ciò
che accomuna fra loro i sistemi di combattimento
insegnati all’interno dell’Accademia,
distinguendoli allo stesso tempo da tanti altri,
è uno studio approfondito di concetti quali
la sensibilità, la simultaneità, la
struttura ecc. Svariati principi che ritroviamo
in queste differenti tradizioni marziali sono infatti
molto simili, potendo inoltre fondersi gli uni con
gli altri, dando sempre origine a nuove idee.
Mi viene da pensare, ad esempio, agli svuotamenti
del Kali (un modo di allungare la distanza lasciando
cadere nel vuoto l’attacco avversario) i quali
non contrastano affatto con le strategie riscontrabili
negli altri due sistemi. Dico questo perché,
a prima vista, si potrebbe pensare che un simile
principio non abbia senso per uno stile come il
Wing Chun, nel quale, una volta arrivati a contatto
con l’avversario, si cerca di non perderlo
più, continuando ad esercitare una pressione
costante allo scopo di controllare i suoi movimenti.
In realtà anche nel Wing Chun, e proprio
in virtù del comandamento supremo di questo
stile di non opporre forza a forza, si tende a cedere
per disperdere la forza dell’avversario. La
differenza con gli svuotamenti del Kali sta nel
fatto che in quest’ultimo non è possibile
continuare a mantenere il contatto mentre si cerca
di creare un tale vuoto, e questo a causa della
maggior portata delle armi rispetto alla mano nuda.
Tutto ciò non significa che le arti marziali
insegnate nell’Oriental Arts Academy siano
fuse in unico sistema. Ciò, infatti, le snaturerebbe.
Semplicemente, lo studio di una di esse non ostacola
quello delle altre, potendo al contrario arricchirlo. |
B.I.: Se ho capito
bene, la qualità dell’insegnamento di
un’arte marziale tradizionale, secondo lei,
dipende dai concetti che stanno dietro le tecniche…
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R.C.:
Esattamente. Ma non solo. Bisogna aggiungere che
tali concetti possono essere trasmessi soltanto
attraverso peculiari metodologie d’allenamento,
che hanno lo scopo di far assimilare al corpo determinate
regole di movimento. Lavorare in questo modo apre
la via verso livelli di sviluppo difficilmente raggiungibili
attraverso un discorso del tipo “se il mio
avversario fa questo, allora io devo fare quest’altro…”.
Spesso, tuttavia, si assiste proprio a tutto ciò,
vuoi perchè i maestri si rifiutano di svelare
i principi (i cosiddetti “segreti dello stile”),
vuoi perché già se ne è persa
la reale comprensione, facendo sì che in
genere si rimanga ad un livello tecnico molto basso.
In tal modo molte importanti conoscenze vengono
perse per strada, sminuendo così il significato
delle arti marziali.
Noi, grazie ad una metodologia chiara e ben strutturata,
miriamo al raggiungimento di un saper fare che permetta
di ottenere, attraverso la tecnica acquisita nel
modo suddetto, un livello di autocontrollo che normalmente
non si raggiunge praticando altre discipline.
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R.S.:
Certamente. In oltre venti anni di pratica, studio ed
insegnamento, ho notato che generalmente le arti marziali
vengono insegnate con programmi che, richiedendo un
tempo di apprendimento più o meno lungo, non
si basano sull’assimilazione dei principi che
sono alla base del movimento, della strategia e dell’efficacia
dell’arte, ma su una ripetizione meccanica di
ciò che viene mostrato.
Noi dell’Oriental Arts Academy non vogliamo che
gli allievi imparino tecniche a memoria, ma cerchiamo
per quanto ci è possibile di far comprendere
loro ciò che stanno facendo, attraverso tutta
una serie di esercizi atti a sviluppare in essi ben
precise capacità di azione e reazione, in modo
che diventino del tutto naturali. Lo scopo di questo
lavoro è far sì che l’allievo impari,
al presentarsi di un qualsiasi imprevisto, a trovare
da sé la soluzione, utilizzando la variante tecnica
più appropriata nel mentre dell’applicazione.
È un po’ come nella matematica. Sarebbe
assurdo, anche per chi ha un’ottima memoria, cercare
di tenere a mente tutte le possibili soluzioni, invece
di imparare ad utilizzare bene i suoi teoremi per poterle
facilmente ricavare di volta in volta, nelle operazioni
più semplici come nelle più complicate.
O come nel jazz, nel quale i bravi musicisti sono in
grado di costruire melodie improvvisando liberamente
senza l’ausilio di alcuno spartito. |
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Contatta il Capo Istruttore Riccardo Simonetti : tel 328/489511
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| B.I.:
Può spiegarci meglio questa similitudine
fra musica e arte marziale? |
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| R.S.:
In generale possiamo dire che da sempre la musica
ha avuto a che fare con il combattimento. Basti
pensare al ruolo dei tamburi, che in ogni epoca
hanno accompagnato gli eserciti in battaglia
in ogni parte del mondo, scandendo il ritmo
delle marce e delle cariche. Più in particolare,
noi ci paragoniamo a musicisti perché,
come quest’ultimi, dobbiamo imparare ad
utilizzare gli arti simultaneamente e in modo
autonomo l’uno dall’altro, proprio
come un batterista riesce a tenere ritmi diversi
con le mani e con i piedi. |
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| B.I.:
Come si può arrivare, concretamente,
a sviluppare queste capacità? |
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R.S.:
Nelle arti da noi studiate troviamo esercizi
atti a far lavorare contemporaneamente i due
emisferi cerebrali, impegnando allo stesso tempo
le due braccia in lavori differenti, mentre
con le gambe si fa altro ancora. È ciò
che accade negli esercizi di Chi Sao (“mani
appiccicose”) del Wing Chun, nell’Hubud
Hubud (“esercizi di sensibilità”)
del Kali Eskrima, nel Tanghisan (“gioco
delle mani”) del Pencak Silat.
Questi sofisticati esercizi, inoltre, servono
a sviluppare un’altra importantissima
abilità che noi chiamiamo sensibilità
e che ci consente di sentire la forza del nostro
avversario in modo da poterla controllare, dirigere
e deviare. Il discorso vale sia per l’addestramento
nel combattimento armato che a mano nuda. Opporre
forza a forza è infatti un modo molto
rozzo di combattere. L’artista marziale
impara invece ad ascoltare il corpo del proprio
avversario, in modo tale che sia il movimento
di quest’ultimo a suggerire ai suoi arti
(prima ancora che alla sua mente cosciente)
ciò che deve fare. In tal modo la tecnica
scaturirà spontaneamente adattandosi
alla situazione del momento. |
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| B.I.:
Può dirci qualcosa di più sulle
discipline marziali insegnate nell’Accademia? |
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R.S.:
Come già detto sopra, nella nostra Scuola
viene divulgato il Wing Chun Wong Shun Leung
System. Una cosa che tengo a sottolineare è
che ciò viene fatto senza segreti, ben
coscienti che il Kung Fu (“duro lavoro”)
è già di per sé un percorso
lungo e tortuoso, senza il bisogno di porre
ostacoli ulteriori alla crescita del praticante.
Io sono dell’idea che, quando mostro qualcosa
ad un allievo, dovrà passare molto tempo
e molto lavoro dovrà essere fatto prima
che egli comprenda realmente, prima con la mente
e poi con il corpo, ciò che gli ho mostrato.
A questo proposito è divertente vedere
come ogni tanto gli studenti “riscoprano”
da soli ciò che in realtà gli
ho già spiegato sin dalle prime lezioni.
Tutto ciò è illuminante circa
la natura e la bellezza del Kung Fu: un continuo
lavoro di ricerca e scoperta sotto la guida
di un maestro che ha già percorso la
stessa strada. Se dovessi insegnare attraverso
trucchi e segreti, so che i miei allievi non
potrebbero arrivare molto lontano. E di certo
non ne avrebbero alcuna colpa. Tutto ciò
vale, ovviamente, anche per il Kali e per il
Pencak Silat.
Per quanto riguarda il Kali Eskrima, il materiale
divulgato dall’Oriental Arts Academy è
un sunto di vari stili ritenuti fra i più
efficaci (Larga mano, Corta mano, Lameco Serrada
e Inosanto System). Il programma prevede sia
lo studio della mano nuda, come si dice in gergo,
sia della mano armata, coprendo tutti i settori
a 360 gradi: dal tradizionale, al combat con
protezioni, al full contact. Naturalmente ciascuno
sarà libero, all’interno della
Scuola, di scegliere il proprio cammino.
Per quanto riguarda il Pencak Silat indonesiano
e malese saranno studiati i Jurus (“forme”)
di base che daranno le fondamenta del sistema,
per poi approfondire gli stili Serak Silat,
Harimau, Hular, Carbau e altri.
Date le varie influenze di religione, clan e
famiglia, le influenze coloniali e le barriere
geografiche, le vicende storiche e politiche,
sia nel campo del Kali Eskrima sia in quello
del Pencak Silat indonesiano si possono trovare
migliaia di stili. È un po’ ciò
che accade in Cina, dove, come narra un proverbio,
ci sono tanti stili di Kung Fu quante sono le
stelle nel cielo. Nell’Oriental Arts Academy
vengono studiati gli stili ritenuti più
efficaci e accomunati dal medesimo filo logico. |
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| B.I.:
Sin dall’inizio di questa intervista,
si è parlato di questo filo che lega
fra loro arti marziali nate in contesti storici
e culturali completamente diversi. Come spiega
l’esistenza di una tale relazione? |
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| R.S.:
Io credo che, essendo ovunque l’essere
umano caratterizzato da due braccia e due gambe,
nonché da determinati snodi e articolazioni,
anche se inizialmente le combinazioni dei movimenti
possono sembrare infinite, alla fine le arti
marziali che saranno risultate le più
efficaci saranno quelle che avranno selezionato
un certo numero di movimenti e principi di movimento.
Possibilmente, pertanto, queste arti potranno
anche, sotto certi aspetti, somigliarsi molto,
pur senza perdere ciascuna le sue peculiarità.
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| B.I.:
Quanto tempo occorre per padroneggiare una di
queste arti? |
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| R.I.:
Se parliamo di ciò che viene detto “maestria”,
si tratta certamente del lavoro di una vita.
Se invece mi chiede in quanto tempo sia possibile
cominciare a vedere dei risultati in termini
di efficacia, allora, pur facendo le dovute
differenze fra i diversi sistemi, credo di poter
affermare che in poco tempo, con un serio allenamento,
si possano già vedere i primi risultati.
D’altra parte basta pensare al fatto che
gli eserciti di tutto il mondo hanno spesso
dovuto essere addestrati in tempi relativamente
brevi. |
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| B.I.:
La ringraziamo per la sua disponibilità
e per le sue delucidazioni, facendole i nostri
migliori auguri per il suo lavoro. |
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| R.S.:
Ringrazio tutti i lettori di Budo International
ed auguro buon allenamento a tutti, ricordando
a chi può essere interessato di contattarci
sul sito www.orientalarts.it. |
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